La cultura è l’anima di un paese, la sua linfa vitale. E’ coscienza e conoscenza di sé e dell’ambiente in cui si vive. La cultura è la prima identità di un popolo. La cultura è memoria e al tempo stesso deve vivere nel presente. Non basta avere un patrimonio prezioso se non c’è l’impegno, la passione, la competenza di chi, nel custodirlo, lo alimenta, lo tramanda. E noi abbiamo il dovere di sostenere la cultura e di valorizzarla con le risorse necessarie. Le istituzioni devono sostenere questo compito per alimentare il gusto del sapere e per esaltare la capacità e i talenti delle nuove generazioni. Senza il sapere non c’è sviluppo e non c’è libertà. (Carlo Azeglio Ciampi, dicembre 2005, in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi di benemerenza della Cultura e dell’Arte)
Ha da passà 'a nuttata
I lavoratori del Teatro Lirico di Cagliari
Il blog dei lavoratori del Teatro Massimo di Palermo
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In questi ultimi anni sembra essere ritornati alla preistoria ma se ti giri intorno vedi che ci sono ancora animi nobili, che gli ideali non si sono spenti e ci sono tante persone che sperano in un mondo migliore... e la musica che esprime quello che non si può dire con le parole e quello che non può rimanere nel silenzio (come disse Victor Hugo) è la nostra speranza. C'è ancora chi lotta per questa nel nulla dell'arroganza di chi non capisce. Oggi si aprono conservatori, si aprono licei musicali, si moltiplicano le accademie ma diminuiscono le orchestre. Si mortificano le professionalità artistiche per bilanciare i conti. I teatri annaspano alla ricerca di ricette contabili di fronte all'impossibilità di sostenere i costi necessari per produrre e lo Stato dimentica il valore del patrimonio immenso che possiede. Non c'è pace per i nostri teatri e non ci sarà finchè non cambierà la mentalità di coloro che li governano dall'alto. Bisogna avere il coraggio di sostenerli e di valorizzarli. Invece si fa a gara per far emergere unicamente un messaggio negativo rispetto alla validità e al servizio che rendono i lavoratori dei teatri in quanto gli stessi vengono considerati stipendifici e non portatori di un bene per la collettività. D’altronde è chiaro l’intento del Governo con i tagli operati e con i mille veti posti in atto grazie alle recenti norme approvate: e cioè quello di mettere i teatri con le spalle al muro impedendo di fatto ogni possibilità di crescita artistica e di produttività a meno che non si tagli dove è più alta la spesa e cioè quella del personale. Anche tagliando le produzioni (cosa questa avvilente ed inconcepibile perché fa venir meno lo scopo primario del teatro) non è possibile far quadrare i conti già di per sé dovunque in rosso considerato che negli ultimi anni si è verificato un costante regresso nel finanziamento statale. Un’opera lirica o un balletto non possono andare in scena senza le masse artistiche (dall’orchestra, al coro, al ballo, ai maestri collaboratori secondo la tipologia di spettacolo presentata), i macchinisti, gli attrezzisti, i sarti, i truccatori, i parrucchieri e ancora tante altre entità di personale che possono sembrare superflue a chi sconosce la materia ma che sono indispensabili per consentire alla fine la fruizione dello spettacolo al pubblico. Il personale stabile delle Fondazioni negli ultimi vent’anni, contrariamente a quanto si vuole fare emergere, si è molto assottigliato: molti posti dell’organico stabile riconosciuto sono adesso coperti da personale con contratto a tempo che si ritroverà a breve a non poter più contare sulla certezza di uno stipendio mensile e, per alcuni, anche meno che mensile. A questa categoria di precari, tra l’altro, altamente specializzata, non si potranno dare più garanzie di lavoro certo considerata la crisi finanziaria in atto.
Come si può non urlare ai quattro venti che il personale dei teatri è spesa produttiva indispensabile e che la musica, l'opera lirica, il balletto e tutte le arti in generale non possono essere considerati costi ma servizi per la collettività?
Si potrebbe fare tanto per migliorare le cose, per evitare questi continui scontri e credo che nessun dipendente del teatro si tirerebbe indietro se il clima accusatorio che si respira fosse diverso, se ci fosse migliore informazione, maggior rispetto del lavoro che viene fatto. Né si può dire che in altri campi emerga un livello di esempio migliore. Dalla politica all’imprenditoria, all’informazione, allo sport, al commercio ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Mancano i progetti, mancano le riforme, mancano le normative, mancano personalità di livello. Lo spettacolo dal vivo ha bisogno di certezze, di equità di vedute, di chiarezza, di supporto, di rivisitazione, di prospettive, di confronto equilibrato, di gente competente ai propri vertici e di impegno per il futuro. I tagli dei finanziamenti lo hanno messo al tappeto ma non è colpendo con la scure il personale delle Fondazioni ed additandolo come il principale colpevole dei deficit dei teatri che si risolvono i problemi. A questo punto ci si deve chiedere se bastano quattro o cinque produzioni l’anno per continuare ad esistere? Ma forse per l’attuale destra sarebbe meglio che i teatri non esistessero più in quanto costano troppo perciò la logica deduzione di questa gente incompetente è che ci si può ritenere ugualmente soddisfatti con intrattenimenti più tecnologici e di svago che portano nelle tasche altrui maggiori soldini in termini commerciali, pubblicitari, di visibilità e di audience.